COMITATO A DIFESA DELLE ACI

CONFERENZA STAMPA

La legge regionale sulla istituzione dei liberi consorzi e delle Città metropolitane è sostanzialmente una legge quadro. Essa, infatti, delinea appena la riforma, ma rinvia ad una successiva legge una più ampia compiuta normazione della materia.
La legge, frutto di compromessi e determinata dalla esigenza di apparire innovativi, è, allo stato, di scarsa innovazione, contraddittoria, di difficile interpretazione e di ancora più difficile applicazione.

E, infatti, in particolare:
a) vengono sulla carta soppresse le province regionali, ma nella pratica viene solo modificato il nome iuris, atteso che i consorzi mantengono le medesime funzioni delle province;
b) vengono istituiti nove consorzi coincidenti con le attuali nove province (ivi comprese quelle di Palermo, di Catania e di Messina);
c) vengono istituite tre città metropolitane senza delineare i rapporti con i consorzi, talchè è ipotizzabile la contemporanea esistenza e compatibilità di città metropolitana con il rispettivo consorzio o provincia di provenienza (in pratica, la città metropolitana potrebbe essere anche il centro capofila del consorzio ex-provincia).

La legge, poi, nonostante sembra lasciare le determinazioni di appartenenza ai singoli comuni, di fatto già delinea il futuro assetto geografico. La istituzione del nuovo consorzio, infatti, oltra a richiedere la logica continuità geografica, fissa un minimo di abitanti scarsamente compatibile con le varie realtà locali (per esempio, per un Consorzio delle Aci occorrerebbe l’adesione di altri comuni non rientranti propriamente nelle Aci) e, soprattutto, fissa una maggioranza alta (2/3 del plenum) per l’approvazione della relativa e uniforme deliberazione da parte dei singoli consigli comunali, da avvenire entro il risicato termine di mesi sei dalla entrata in vigore della legge. Deliberazioni che hanno efficacia se confermate dai referendum comunali (da celebrarsi, sembrerebbe, egualmente entro sei mesi – dubbio interpretativo -).

Un dato, comunque, è certo: bisogna, per l’intanto, uscire al più presto dall’area metropolitana e prendere contatto con gli altri comuni per la costituzione del Consorzio delle Aci o per il Consorzio Ionico-Etneo (questo dovrebbe avere un territorio che va da Aci Castello fino all’ultimo comune a nord dell’attuale provincia di Catania o, preferibilmente, fino a Giardini-Naxos e Taormina). L’uscita di Acireale dall’area metropolitana non determinerebbe, come da altri sostenuto, che essa diventerà la città capofila del consorzio-ex provincia a motivo della sua popolazione. Se, infatti, la città metropolitana non è incompatibile con il consorzio (tesi, come prima esposto, sostenibile), la città capofila sarà Catania; se la città metropolitana, di converso, è incompatibile con il consorzio, l’ex provincia di Catania si troverà divisa in due parti non contigue, una a sud con città più popolosa Caltagirone e una a nord con città più popolosa Acireale; ma, in questo ultimo caso, in particolare, si dovrà valutare l’eventuale impatto di consorzio Giarre-Taormina (Acireale esclusa), le cui “trattative” sono già da qualche tempo in corso.

Problemi, problemi, problemi: ecco cosa ha originato la non bene vagliata nuova legge regionale.

Le ragioni che stanno alla base della necessità della istituzione del predetto consorzio sono già state rese note in precedenza e possono sintetizzarsi nei seguenti punti:
1) salvaguardia delle identità dei singoli comuni;
2) salvaguardia delle dignità dei singoli comuni, che non possono essere degradati a satelliti o periferia di Catania;
3) sviluppo economico. I diversi comuni dell’istituendo consorzio hanno delle proprie peculiarità, identiche o affini tra loro, che opportunamente valorizzate potranno rappresentare lo sviluppo economico della zona (agricoltura e turismo, in particolar modo).

Acireale, 18 marzo 2014

Avv. Nando Gambino
Portavoce del Comitato a Difesa delle Aci

comitatoadifesadelleaci@gmail.com

fb: comitatoadifesadelleaci

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